Dolore alla schiena che scende nella gamba: quando è sciatica e quando no

«Sciatica» non è una diagnosi, è una strada

Parte dalla parte bassa della schiena, passa nel gluteo e scende dietro la coscia. A volte si ferma lì, a volte arriva al polpaccio o fino al piede, con quella scossa che ti fa cambiare posizione ogni due minuti. E la parola che ti viene è una: sciatica.

Spesso è la parola giusta messa nel posto sbagliato, perché «sciatica» non è una diagnosi: è la descrizione di un percorso. Andiamo a vedere le due situazioni che vedo più spesso, come si distinguono, quali sono invece i segnali per cui non si aspetta, e cosa puoi fare tu da oggi.

Il nervo sciatico è il più lungo del corpo: nasce dalle radici che escono in fondo alla colonna, attraversa il gluteo, scende dietro la coscia e arriva fino al piede. Quando dico «sciatalgia» sto dicendo soltanto che c'è dolore lungo quella strada. Non sto dicendo in che punto della strada sta il problema.

È come la perdita d'acqua in casa: senti gocciolare in cucina, ma la perdita può stare tre metri più su, dentro il muro. I due punti più comuni sono la radice — su, dove il nervo nasce — e il tragitto nel gluteo. Sostanzialmente: o è alla partenza, o è lungo il viaggio.

Il piriforme è un muscolo piccolo e profondo del gluteo, va dall'osso sacro all'anca e serve a ruotare la gamba verso l'esterno. Il nervo sciatico gli passa proprio accanto, e in alcune persone ci passa addirittura attraverso: se quel muscolo resta contratto, il nervo lo sente.

Quando è questo il caso il racconto è quasi sempre lo stesso: il dolore parte dal centro del gluteo e non da sopra, peggiora dopo essere stato seduto a lungo — in macchina, su una sedia dura, in ufficio — e si riaccende sulle scale o correndo. La schiena, in mezzo, spesso non fa nemmeno male.

E qui arriva la parte che mi dà più fastidio: si fa la risonanza, la colonna risulta pulita e ci si sente dire che non si ha niente. Ma il dolore c'è. Non è normale, però è comune — è un problema che sull'immagine non si vede, si vede guardando come ti muovi.

Se stai leggendo perché è esattamente il tuo caso e sono settimane che provi a capirci qualcosa da solo, possiamo parlarne. Quindici minuti su WhatsApp, senza pagare niente, per capire di che tipo di problema stiamo parlando. Una diagnosi via chat non te la do, mi raccomando: quella non si fa a distanza. Ma se c'è qualcosa da guardare te lo dico.

Non sono test col bollino e non servono a diagnosticarti da solo: sono gli indizi che raccolgo prima ancora di toccarti, e che nei prossimi giorni puoi osservare anche tu.

Il quadro lo fa la somma, mai un segno solo — e capita spesso che ci siano tutte e due le cose insieme, perché nessuno legge il manuale prima di farsi male. Per essere sicuri al 100% a volte serve un occhio esterno e, in certi casi, un esame: ma l'esame arriva dopo la visita, non al posto della visita.

La grandissima parte di questi dolori non è nessuna delle cose che sto per scrivere. Te le scrivo proprio per questo: sono poche, si riconoscono, e saperle ti toglie il pensiero per tutte le altre volte.

In questi casi il fisioterapista non è la prima porta a cui bussare, ed è giusto dirlo. Anche in valutazione, se vedo qualcosa che non è di mia competenza te lo dico e ti mando dalla persona giusta — ortopedico, neurologo, o l'esame che serve. Non faccio il tuttologo: questo lavoro si fa in più mani.

Dirti un numero al 100% non si può. Quello che posso dirti è come si legge l'andamento: molte forme che partono da un'irritazione benigna migliorano nell'arco di qualche settimana, altre si prendono un paio di mesi, e non è mai una linea dritta — ci sono giorni buoni e giorni storti anche mentre sta guarendo. Il metro giusto non è «quanto fa male oggi», è «rispetto a dieci giorni fa, come sto?».

Se dopo due o tre settimane non c'è nessun miglioramento netto, o se il dolore scende sempre più giù nella gamba, quello è il momento di farlo guardare. Nel frattempo: il riposo assoluto a letto non è la cura, il movimento a piccole dosi lavora a tuo favore.

Poi il gluteo. Lo stretching del piriforme va fatto al contrario di come lo fanno tutti: non si tira forte per trenta secondi, si tira poco e si ripete tante volte per pochi secondi. Un muscolo profondo contratto da mesi non si convince a mollare con la forza.

Mi raccomando, la regola che vale su tutto: se un esercizio ti manda il dolore più giù nella gamba, oggi quello non è il tuo esercizio, e non è questione di insistere. Il segnale buono è il contrario — il dolore che si ritira verso la schiena e lascia il polpaccio, anche se lì per lì in alto sembra più intenso. Quello è il verso giusto.

Quello che non si fa da soli è capire da dove parte: serve guardare come ti pieghi, come ti siedi e dove stai compensando da mesi senza accorgertene — perché il gluteo che stringe, tante volte, sta coprendo il lavoro di qualcos'altro che si è spento prima.

Il percorso poi è digitale: una quindicina di minuti al giorno, all'ora che ti pare — la mattina presto, in pausa pranzo, la sera dopo cena. Non è un ripiego rispetto allo studio, è il motivo per cui la gente arriva in fondo: l'alternativa vera è trovare un'ora piena ogni volta, più viaggio e traffico, e solo negli orari in cui lo studio è aperto. Se lavori o hai figli piccoli, quella è la differenza tra finire un percorso e mollarlo dopo tre settimane.

Se è da troppo tempo che quel dolore ti scende nella gamba, che cambi posizione ogni notte e che hai smesso di fare cose che ti piacevano perché «tanto poi la pago», quello che manca non è un altro esercizio trovato su internet: è qualcuno che vada a vedere da dove parte. Ci lavoriamo, un pezzo alla volta.

Se invece hai già le idee chiare e vuoi partire da una valutazione completa — schiena, bacino, appoggio e come ti muovi, e da lì esci con il tuo programma — l'importo della consulenza te lo scalo interamente se prosegui col percorso entro 30 giorni.

Contenuto informativo del Dott. Fabio Di Gennaro, fisioterapista: non sostituisce una valutazione medica individuale.