Disturbi alimentari: perché dieta e terapia da sole non bastano

Il sintomo sta facendo un lavoro

È uno degli episodi del DocCast a cui Fabio tiene di più, perché è un tema su cui si semplifica troppo. Dietro un disturbo alimentare non c'è un problema di volontà e non c'è solo un problema con il cibo: c'è qualcosa che quel comportamento sta proteggendo.

La cosa che colpisce, ascoltando chi lavora su questo, è il rovesciamento: il comportamento alimentare non è il guasto da riparare, è una difesa. Serve a gestire qualcosa che altrimenti sarebbe insostenibile, controllo, ansia, dolore che non ha altre strade. È per questo che togliere il sintomo dall'esterno non funziona, e a volte peggiora: se togli la difesa senza aver dato altro al posto suo, quello che difendeva resta scoperto. Da qui viene il fatto che serva un approccio su più fronti. Il piano alimentare da solo non regge, la psicoterapia da sola fatica, il corpo lasciato fuori dal discorso resta un estraneo. Serve che le persone che ti seguono si parlino.

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Il passaggio centrale della puntata: cosa sta proteggendo il sintomo, e perché è un'informazione clinica e non un modo di dire.

Perché i pezzi vanno tenuti insieme, e cosa succede quando ognuno lavora per conto suo senza sapere cosa fa l'altro.

Chi sta intorno a una persona con un disturbo alimentare arriva quasi sempre alla stessa frase, detta con le migliori intenzioni: basta che mangi normale. Il problema è che presuppone una cosa che non è vera, che il comportamento sia una scelta di cui si può cambiare idea. Se il sintomo sta reggendo qualcosa, chiedere di smettere è come chiedere di togliere un puntello senza aver messo un muro. Il risultato più frequente è che la persona smette di parlarne, non che smette di farlo. Quello che aiuta davvero, dall'esterno, è meno diretto e più difficile: restare, non fare del cibo l'unico argomento, e accompagnare verso qualcuno che se ne occupi per mestiere.

Un percorso che funziona di solito ha tre pezzi che si parlano: chi lavora sulla parte psicologica, chi sulla parte nutrizionale, e il medico che tiene d'occhio i parametri. Quando funziona, ognuno sa cosa stanno facendo gli altri e nessuno tira in una direzione diversa. Quando non funziona, succede questo: il nutrizionista dà un piano che la persona non è ancora in grado di sostenere, la terapia va avanti su un altro binario, e la persona sta in mezzo a due indicazioni che non si incastrano. Non è colpa di nessuno dei due: è che non si sono mai sentiti. Anche il corpo, spesso, resta fuori dal discorso, ed è un peccato, perché rimettere in circolo il movimento in modo non prestativo, senza contare calorie o performance, è uno dei modi per tornare ad abitarlo.

Se stai leggendo questo per te o per qualcuno a cui vuoi bene: i disturbi alimentari si curano, e prima si comincia meglio va. Il primo passo è parlarne con il medico di base o con uno psicoterapeuta che se ne occupi nello specifico. Se c'è un'emergenza, il pronto soccorso è la strada giusta senza pensarci due volte.

Trovare persone che lavorano davvero insieme è la parte difficile: è esattamente il motivo per cui abbiamo costruito Sanity.

Contenuto informativo del Dott. Fabio Di Gennaro, fisioterapista: non sostituisce una valutazione medica individuale.